Monday, May 26, 2008

Luiselli on Inside Culture Magazine by JFK

Articolo uscito su inside contemporary culture magazine spring 2008 pag. 164
BERGAMO
Clara Luiselli
Traffic Gallery
15 may - 30 july
Il mondo dell’arte e della cultura in generale non conosce un attimo di tregua e l’interazione tra fine e inizio non può che trasformarsi da in-terazione ad i-terazione infinita.
Clara Luiselli, giovane artista bergamasca, concentra i suoi lavori sui rapporti tra opera e fruitore nel tentativo di coinvolgere l’osservatore come parte integrante dell’opera stessa. Un fare artistico che necessità di forte sensibilità che la Luiselli ha saputo acquisire fin dai tempi degli insegnamenti del padre dell’happening Allan Kaprow, suo maestro nel 1998 durante il Corso Superiore d’Arti Visive della Fondazione Ratti di Como.
Molteplici le occasioni in cui noi spettatori potremo divenire arte attraverso l’esperimento delle installazioni e delle performance della Luiselli.
I suoi nuovi lavori saranno ospitati il 18-19 aprile presso la fondazione Spinola Banna per l’Arte in provincia di Torino, il 13-14 maggio presso la fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano, e infine riuniti per la sua prima personale del 2008 presso la Traffic Gallery di Bergamo a cura di Rossella Moratto e con post scriptum di Gabi Scardi.

Info e news:
www.fondazionespinola-bannaperlarte.org
www.fondazionearnaldopomodoro.it
www.trafficgallery.org

Jonas Felix Knospe

Monday, May 19, 2008

CLARA LUISELLI | SOLO SHOW | TRAFFIC GALLERY











Photo by Paola Verde - .paolaverde.it

CLARA LUISELLI SOLO SHOW TRAFFIC GALLERY
15-05 / 30-07
2008
curated by
Rossella Moratto
post scriptum by
Gabi Scardi
- Testo Critico -
a cura di Rossella Moratto


Occupare uno spazio, utilizzarlo, prenderne possesso entrando in sintonia con l’ambiente, con chi lo attraversa e lo abita sono gli stimoli che muovono la ricerca di Clara Luiselli: i suoi interventi nascono dall’attenta osservazione di ambienti e di situazioni, con cui cercano costantemente di stabilire un contatto intimo, anche a costo di esserne influenzati e di subire dei cambiamenti, anche radicali. L’essenziale è stabilire un legame, aprirsi all’interazione, stimolare chi guarda a entrare in comunicazione con l’opera, sfiorandola, manipolandola, perfino rovinandola. Non basta guardare per comunicare, capire e conoscere, bisogna avvicinarsi e toccare, correndo anche il rischio di fare dei danni e di danneggiarsi. Un approccio empirico, che fa dell’esperienza estetica un’occasione di conoscenza diretta del reale, dell’altro e di se stessi, privilegiando i canali non verbali.
L’arte non è un evento eccezionale estraneo o spettacolare per Clara Luiselli, è invece un incidente di percorso nella quotidianità che si focalizza in aspetti apparentemente banali e si materializza in oggetti enigmatici, anomali, e a volte anche curiosi, che con la loro ambiguità provocano uno scarto, uno spostamento di senso che stimola riflessioni, invita a porsi domande a cui ognuno dà una risposta personale. L’artista utilizza oggetti comuni o interviene nell’ambiente mimetizzandosi e sfruttando le caratteristiche contingenti – muri, oggetti comuni, materiali e abiti usati – con segni poco appariscenti, che richiamano le peculiarità del luogo, ne evocano la memoria e la storia.
Già nei primi lavori, significativi e anticipatori degli sviluppi successivi, emergono le tematiche ricorrenti della sua ricerca: come in Convivenza (1997) dove Luiselli interviene quasi impercettibilmente su una porzione di muro all’interno della Chiesa di San Francesco a Como, inserendo nelle fughe tra una pietra e l’altra dei fili di seta attorcigliati dalle diverse sfumature di bianco, un materiale che richiama la realtà produttiva della città lariana. In Compenetrazioni (1997), emerge un’esortazione alla partecipazione e la volontà di stimolare un’azione diretta che dia vita all’opera stessa. Con un semplice gesto l’artista costringe gli altri partecipanti alla mostra a essere parte attiva nella realizzazione della sua opera: regala un uovo a ognuno chiedendo di utilizzarlo a piacimento nel loro lavoro: alcuni l’hanno inserito, altri l’hanno distrutto, altri ancora l’hanno nascosto. Fragile (1998) rappresenta un analogo invito all’azione/interazione: l’artista realizza una pedana calpestabile fatta di mattonelle con un foro centrale, una piccola nicchia che contiene un uovo, sui cui gli spettatori possono camminare scegliendo se fare attenzione o se procedere senza preoccupazioni, anche rompendo deliberatamente i gusci. Inevitabile calpestare l’opera senza danneggiarla, solo così è possibile fruirla direttamente e pienamente.
La relazione diretta è la chiave di volta anche dei lavori più recenti, come Reliquie (2001) una serie di contenitori circolari di tulle appesi ad altezza d’uomo che contengono dei capi di vestiario e accessori – guanti, cravatte, fazzoletti – che in parte fuoriescono da un taglio praticato nella superficie. Indumenti usati, banali e quotidiani appartenuti a chi non c’è più, anonimi ricordi senza gloria che si possono toccare, sfilare o anche indossare stabilendo così un contatto con chi è assente attraverso quelli che sono stati, un tempo, i suoi oggetti personali. L’aspetto contemplativo è qui secondario: le reliquie si offrono per essere riscoperte attraverso il contatto fisico. Anche in questo caso è l’azione a dare un senso al lavoro, ad attivarlo e a stimolare un memento mori personale.

Rossella Moratto


- Post Scriptum -
a cura di Gabi Scardi

Ho incontrato Clara Luiselli all’archivio di Careof e Viafarini: come molti giovani artisti è venuta a presentarmi il lavoro. L’ha fatto in modo lineare, diretto. L’incontro è sfociato in una mostra. In Clara mi ha colpito la capacità di guardare gli oggetti comuni, di osservarli e di entrare con essi in sintonia. Niente effetti speciali, nulla di spettacolare, ma una capacità di osservare, riflettere, di prendersi cura di oggetti apparentemente qualsiasi, di entrare in comunione con luoghi e persone, anche attraverso lunghe e pazienti processi di coinvolgimento. Ne risulta che il suo lavoro non è mai ospite estraneo, ma si propone come presenza familiare e trova il proprio spazio, magari una nicchia discreta. I suoi lavori si offrivano allora, e continuano ad offrirsi semplici, familiari, eppure vivi, vitali, desiderabili.

Gabi Scardi

THE INDISCREET CHARM OF INUTILITY













L’installazione The Indiscrete Charm of Inutility vuole essere un omaggio al fascino emanato dalle zone urbane residuali. L’abitare disperso, la periferizzazione e la deindustrializzazione,processi di cambiamento strutturale e geografico a loro volta collegati al fenomeno della globalizzazione, sono cause primarie della proliferazione degli spazi liminali. L’interzona, ovvero quella zona apparentemente inutile che si trova tra due o più parti, coincide con il terzo-spazio teorizzato da Henri Lefebvre ed Edward Soja, corrisponde allo spazio di rappresentazione in cui hanno avuto e hanno luogo le battaglie sociali dei nostri tempi.
L’interzona non può essere né pubblica, perché non investita da nessuna funzione pratica istituzionale, né privata: Thirding as othering.

Come può uno spazio inutile esercitare fascino?
Uno spazio inutile esercita fascino solo su coloro che indossano gli abiti dostoevskijani dell’uomo del sottosuolo, ovvero su coloro che non si sentono più totalmente rappresentati dallo spazio pubblico nel tentativo di divenire altro. L’inutilità è una condizione di sospensione, di ritorno all’essenzialità, è una incognita, un imprevisto, una possibilità di sperimentazione slegata dalle leggi. L’interzona è lo spazio fisico su cui l’uomo del sottosuolo può proiettare l’inutilità dell’esistenza umana.

The Indiscreet Charm of Inutility accoglierà e proietterà sulla propria superficie frammentata le testimonianze del fascino indiscreto dell’interzona Bovisa. Tutti i partecipanti alla manifestazione Junk Building potranno mostrare i loro sguardi e le loro rappresentazioni nel tentativo di trovare una sintesi comune su ciò che potrebbe essere definito con i termini arte urbana.
Verrà quindi infine svelato il mistero di una sfalsata immagine di città come boomtown?

Si parlerà ancora di arte urbana o di arte suburbana?
L’interzona Bovisa è parte della realtà urbana o è figlia dello spazio suburbano inglobato nei confini urbani cittadini?

Le immagini e i suoni di una realtà territoriale in continua trasformazione possono ancora essere portatrici di innovazione e diversità?

Il lavoro di documentazione e di interpretazione fornito dai partecipanti comunicherà inevitabilmente possibili risposte alle sovrastanti domande…e forse ci indicherà la presenza di processi e luoghi capaci, seppur temporaneamente, di superare la dicotomia tra spazio medioevale della vaghezza e spazio moderno della rettificazione.
Installazione realizzata da Art-Tecno su un idea di Roberto Ratti e un progetto dell' Architetto Paola Ratti
Fino al 5 giugno 2008 c/o Triennale Bovisa @ Milano


Tuesday, March 18, 2008

CIRCO IPNOTICO @ SHARE FESTIVAL 2008


Photo by Paola Verde [images covered by copy right]
www.paolaverde.it


Venerdì 14 Marzo alle ore 22 e qualcosa presso l'Hiroshima Mon Amour di Torino, orgone, xo00, mud e tonylight hanno dato vita alla performance audiovisuale CIRCO IPNOTICO (by Otolab + Kaos), presentata da Marco Mancuso e Digicult all'interno della quarta edizione dello Share Festival con guest curator Bruce Sterling.

40 velocissimi minuti terminati in uno scrociante applauso spontaneo del vasto e gremito pubblico, che aimè si è trovato per caso nella sala modotti e direi per fortuna loro, nonostante l'inesistente piano di comunicazione presente nel noto club torinese.

Il titolo della performance dice e spiega già tutto...la tecnica impeccabile...una installazione progettata da tonylight e peppo (spero proprio non abbia il nick anche peppo altrimenti mi impiccano :-)) consistente in un motore elettrico a croce led girevole su stessa ricoprible di volta in volta con maschere circolari diversamente lavorate e il tutto ripreso con una still camera proiettante l'immagine su schermo a muro.

Sonorità minimal ed industrial in continui ma a volte anche degradanti e discontinui climax ascendenti e discendenti. 40 minuti di percezione alterata con la sola forza di audio e video e della loro sinestesia, il tutto fotografato e documentato dall'occhio attento di Paola Verde aka Kaos.

Tuesday, March 11, 2008

tra sacro e profano

Photo by Angelo Ferrillo [images covered by copy right: creative commons]

07-03-2008 Milano: il trio Malena-Nikeboy-R.R. fotografato da Angel Photographer durante l'inaugurazione del Sudd...chi si ubriacherà per primo?


Saturday, March 08, 2008

IO VORREI ESSERE COME TE! PROPRIO COME TE!

“IO VORREI ESSERE COME TE”


Immagine di un opera di Massimo Pulini
Queste le ultime parole che Lorenzo rivolge a Roberta, durante una scena dell’ultimo capolavoro cinematografico di Ferzan Ozpetek.
Ma quante volte ci capita di desiderare di essere qualcun’altro?
Senza invidia e con ammirazione, quante volte è capitato e quante volte ancora capiterà di volere diventare altro?
L’alterità, ovvero il porsi come altro, significa essere altro, e il suo contrario è rappresentato dall’identità.
[1]
Un tema e un dibattito presente in svariati e molteplici settori, dalla filosofia alla politica, dalla semiotica alla sociologia visuale, spesso associato al tema del diverso e alle questioni sociali dell’emarginazione e della povertà.
Ma senza dover scomodare l’alto pensiero e le questioni puramente filosofiche al riguardo, vorrei porre una domanda di carattere semplicistico: Cosa significa voler essere altro all’interno della sfera della quotidianità individuale?
Quale è il limite tra desiderio e realizzazione pratica del desiderio stesso?
Osservando i mutamenti sociali della contemporaneità e il comportamento delle masse e del consumo -ammesso che abbia oggi giorno ancora un senso usare il termine massa per indicare una moltitudine, sostituibile in maniera più appropriata con consumo-
[2] è possibile constatare un effettivo e reale alto tasso di desiderio all’alterità deducibile dall’aumento della mobilità sociale e dall’aumento della continua nascita di nuovi trand, di nuovi stili di vita, di nuovi prodotti e nuovi consumi. Detto in maniera più concisa, nel nuovo secolo del nuovo millennio, quello attuale degli anni 2000, l’individuo attraverso il proprio desiderio di alterità cambia e fa cambiare, muove, inventa, distrugge per riassemblare le forme in altre forme.
È come se l’individualità, un tempo campo esclusivo della psicologia, fosse uscita dalla sua dimensione di pura realizzazione onirica per essere messa in pratica nella realtà di tutti i giorni, ovvero nella sua quotidianità. Se dal 1900 in avanti, grazie o per colpa di Freud, abbiamo assistito all’individualità come esperienza puramente personale, la cui esplicitazione e la cui associazione all’identità avrebbe portato alla creazione del super-uomo come dittatore e portatore del male, oggi giorno l’individualità mediata dai mezzi di comunicazione e dalle protesi tecnologiche può essere associata ad altro, ovvero all’alterità.
Questo nuovo binomio tra individualità e alterità, un tempo esclusiva di coloro che abitavano i manicomi, può essere individuato come base e fonte originaria della nuova creatività artistica, scientifica, politica ed intellettuale, che a partire dalla sconfitta del super-uomo, 1945, ci ha portato all’attuale sistema di mediazione tecnico-scientifica.
Identità vs alterità.
La crisi della politica e di creazione di partecipazione alla politica potrebbe forse essere causata dall’ormai vetusto binomio identità-individualità?
La religione come portatrice di identità comunitaria non è forse da guardare come unica portatrice, insieme alla politica che essa vuole governare e influenzare, del messaggio sovraumano?
Il bisogno di sentirci uguali e quindi identici che ci assale ogni giorno nella nostra quotidianità come bisogno di conferma e negazione di solitudine avrà ancora la meglio sull’altro bisogno ad esso speculare di sentirci diversi e quindi altri ?
L’esplicitazione del bisogno di alterità è sufficiente per costruire un rapporto positivo tra individualità e diversità?




[1] Definizione tratta dalla tesi di dottorato dal titolo, Matrici, luoghi e tribù della musica techno: un’analisi sociosemiotica, consultabile presso l’Università degli studi di Bari, Facoltà di lingue e letterature straniere. Autrice: Claudia Attimonelli.
[2] Vedi: Massimo Ilardi, Nei territori del consumo totale, DeriveApprodi, Roma, 2004.

Tuesday, January 22, 2008

QUASI-OBJECTS by LORENZO OGGIANO



Venerdì 25 Gennaio 2008 dalle 18:30 in poi Traffic Gallery inaugura la prima mostra personale di Lorenzo Oggiano a cura di Claudia Attimonelli, ospitando nei propri spazi il video Quasi-Objects Cinematic Environment # 3 e otto stampe lambda tratte dal video stesso.
Si conclude in questo modo un ciclo di tre mostre dedicato al tema dell' ibridazione in campo mediale e multimediale, iniziato con il progetto Stranger di Karin Andersen e Christian Rainer, continuato con la mostra Op7 di Otolab, e in via di quadratura del cerchio con il lavoro di Lorenzo Oggiano.

Così scrive Claudia Attimonelli sul lavoro di Oggiano:

“In quanto prodotto di calcolo numerico le immagini di sintesi sono libere da ogni riferimento alla realtà ottica” dichiara l’artista, sollevando lo spettatore delle sue opere dal primo dilemma relativo alla verosimiglianza degli oggetti rappresentati (peraltro già descritti con l’avverbio dubitativo “quasi-oggetti”) con dei fatti della realtà colti nella loro epifania vitale.
A differenza dalle manifestazioni visuali precedenti elaborate da Oggiano, dove i quasi-oggetti quasi bicromi sembravano galleggiare in soluzioni da laboratorio, come osservati al microscopio o, piuttosto, fluttuare in spazi siderali costituendo nuovi luoghi inesplorati e immaginati in visioni telescopiche, qui, in Cinematic Environment # 3, c’è un ambiente circostante.
L’accento sulla sua esistenza è dato dal titolo stesso dell’opera, ma, ad osservarlo da vicino ancora una volta, siamo spiazzati dalla sua assoluta e disarmante infunzionalità: l’ambiente rappresentato non è realistico, non assomiglia a nulla se non ad uno scenario, si tratta, piuttosto, di un’ambientazione frutto di calcolo numerico. …

...Tuttavia, nonostante sia possibile mettere a nudo i quasi-oggetti nella loro artificialità di prodotti derivati da calcoli numerici, essi continuano a sedurci e a perturbarci. Le loro escrescenze grottesche, le pieghe in ombra, i pistilli come dei bulbi piliferi, la sfacciata velocità di crescita dei rosei aculei puntuti e l’audacia data dalla ridondanza delle forme che si moltiplicano, nascondono una vitalità che possiamo intuire immediatamente ma di cui non abbiamo cognizione biologico-scientifica. Si tratta del dover prendere atto dell’esistenza dei corpi ibridi manifestati anche grazie agli strumenti di comunicazione di cui ci si avvale nel quotidiano: essi mettono in scena la corporeità secondo nuovi piani d’intensità che stiamo già esperendo.
Come sosteneva Baudrillard solo pochi anni fa:


“oggi è il reale che è diventato l’alibi del modello, in un universo retto dal principio di simulazione. Ed è paradossalmente il reale che è diventato oggi la nostra vera utopia – ma è un’utopia che non appartiene più all’ordine del possibile, perché non si può che sognarne come di un oggetto perduto”.

(J. Baudrillard, Simulacri e fantascienza, in aa.vv., Gilles Deleuze. Tecnofilosofia, per una nuova antropologia filosofica, Millepiani nn. 17-18)



English Version


Friday 25 January 2008 from 18:30 onwards Traffic Gallery opens for the first personal exhibition of Lorenzo Oggiano by Claudia Attimonelli, hosting the video Quasi-Objects Cinematic Environment # 3 and eight lambda prints taken from the video itself. It concludes in this way a series of three exhibitions devoted to the theme of 'hybridization in the media and multimedia, started with the project Stranger by Karin Andersen and Christian Rainer, continued with the show Op7 by Otolab, and being with squaring the circle with the work of Lorenzo Oggiano.

So writes Claudia Attimonelli on the work of Oggiano:

Unlike the Oggiano’s earlier visual works, where the virtually duotone quasi-objects seem to float in laboratory solutions as if observed under a microscope, or rather drift in immense spaces made of new, unexplored places pictured in telescopic visions, Cinematic Environment # 3 has an environment of its own, as the title suggests.
However, if we observe it again up close, we are disorientated by its absolute and disconcerting non-functionality: the environment represented here is unrealistic – it does not resemble anything apart from a scene or a setting originating from numerical calculus. ...

... However, despite the fact that we can define the quasi-objects in their artificiality as products of numerical calculus, they still have a seductive yet disconcerting effect on us. From the grotesque excrescences, dark folds, pistils like piliferous bulbs, exaggeratingly fast growth of the sharp rose-coloured thorns and superfluous forms multiplying at a terrific rate, we can instantly sense a vitality of which we have no biological/scientific knowledge. We can only but accept the existence of these hybrid bodies, expressed through everyday means of communication: they enact corporeality at new levels of intensity that we are already experiencing.
As Baudrillard said only a few years ago:

“Today, it is the real that has become the alibi of the model, in a world controlled by the principle of simulation. And, paradoxically, it is the real that has become our true Utopia - but a Utopia that is no longer in the realm of the possible, that can only be dreamt of as one would dream of a lost object”.


(J. Baudrillard, Simulacra and Science Fiction, in aa.vv., Gilles Deleuze. Tecnofilosofia, per una nuova antropologia filosofica, Millepiani nn. 17-18)


Thursday, January 17, 2008

Meeting With Otolab | 18-01-08 | Bergamo




- TRAFFIC GALLERY -
in collaborazione con
Biblioteca Caversazzi

[ Via Torquato Tasso 4 Bg ]

Presenta

“Op7: la ricerca dell’orizzonte audiovisivo”
di
OTOLAB
a cura di
Marco Mancuso

- dibattito e videoproiezioni venerdì 18 Gennaio 08 inizio 19.00 -



Dopo il successo di pubblico e critica della prima mostra personale di Otolab@Traffic Gallery, la Biblioteca Caversazzi ospiterà il progetto Op7 all’interno dei suoi antichi locali.
Dalle 19 in poi, presso la Sala ex Consiliare di via Torquato Tasso 4 (Bg), Marco Mancuso presenterà in sala gli artisti del collettivo milanese introducendoci alla ricerca dell’orizzonte audiovisivo.
Seguirà estratto video del progetto Op7 … (15’).
Artisti presenti in sala.


Evento patrocinato dal Comune di Bergamo e con il sostegno del Sistema Bibliotecario Urbano


Traffic Gallery, lieta dell’invito, prolungherà la mostra Op7 all’interno dei propri spazi
fino al 23 Gennaio 2008



Otolab nasce nel 2001 a Milano da un gruppo di affinita' che vede musicisti, dj, vj, videoartisti, videomaker, web designer, grafici e architetti unirsi nell'affrontare un percorso comune nell'ambito della musica elettronica e della ricerca audiovisiva. I progetti di otolab si sviluppano attraverso il lavoro di laboratorio, i seminari e i liveset, secondo principi di mutuo confronto e sostegno, di libera circolazione dei saperi e di sperimentazione. Il gruppo di lavoro si compone di progetti individuali e collettivi per i quali sono stati utilizzati linguaggi che vanno dall'elettronica sperimentale alla techno, dal dub alle sonorità industriali, sempre alla ricerca di un rapporto simbiotico con l'immagine e il video, fino al live media e all'installazione interattiva. In questi anni di lavoro, otolab è stato ospitato in festival e manifestazioni nazionali e internazionali, tra cui:


2007: Sonar 07, Barcellona
2006: Dissonanze 06, Palazzo dei Congressi -EUR- Roma
2006: Mixed Media Festival, Hangar Bicocca, Milano
2006: Issue Project Room, Brooklyn, New York
2005: Bienal Internacional de Merida, Mexico

INFO:
www.trafficgallery.org , www.otolab.net, www.digicult.it